Intervista al Presidente del MAC, dal SIR (Servizio Informazione Religiosa)

Pubblicato il Autore Domenico VaccaroLascia un commento

Martedì 25 Settembre 2012

DISABILI IN PARROCCHIA

La vita è con loro

Un premio del Mac (non vedenti): esperienze e progetti di condivisione

Un premio destinato alle parrocchie affinché si attivino e s’impegnino a includere nella vita della comunità le persone con disabilità visiva o con pluriminorazione psicosensoriale. È quanto propone il Movimento apostolico ciechi (Mac) con il “Premio don Giovanni Brugnani”, giunto alla seconda edizione e teso a incentivare le parrocchie a essere “esempio per tutti” nel promuovere una comunità inclusiva e dedicata alla persona. “Vogliamo diffondere le buone pratiche e far vedere che è possibile far fare un percorso catechetico a tutti, per essere di stimolo a tutti”, dice a Marta Fallani, per il SIR, Francesco Scelzo, presidente Mac, convinto che “l’inclusione è sempre possibile” (www.movimentoapostolicociechi.it).

Che obiettivi si pone il premio?

“L’intento è stimolare le parrocchie a rendersi conto che nella comunità ci sono delle persone disabili, spesso non conosciuti dai parroci o dagli operatori pastorali. L’obiettivo del Mac è quello di costruire insieme alle parrocchie che si dichiarano disponibili, dei percorsi che facilitino l’inclusione dei disabili all’interno della comunità ecclesiale, e che siano buone pratiche da esportare in altre comunità. Per questo intendiamo realizzare una pubblicazione che raccolga le esperienze più significative”.

Quale realtà vivono i disabili all’interno delle parrocchie?

“All’interno delle parrocchie la situazione non è diversa rispetto all’esterno. Anzi, forse nelle parrocchie la persona disabile è meno visibile. La società civile si occupa dei disabili per quanto riguarda la soddisfazione di bisogni primari, l’istruzione, la sanità. La vita all’interno della comunità ‘non istituzionale’ come quella delle parrocchie, è più veritiera di una realtà in cui le difficoltà ricadono totalmente sulle famiglie. L’impegno del Mac è infatti rivolto soprattutto a queste, prima realtà da coinvolgere e preparare”.

Che ruolo può avere la comunità ecclesiale nel favorire l’inclusione dei disabili all’interno della società civile?

“La parrocchia è una parte molto importante della comunità civile. Se le comunità parrocchiali riuscissero a fare opera di inclusione delle persone disabili all’interno della parrocchia, farebbero un grande servizio alla comunità tutta. Per esempio, nella scuola il disabile può essere a volte una presenza ‘da subire’, ma è sempre ben accolto dai compagni. Ecco, la parrocchia è quella realtà che più si avvicina al gruppo studenti, perché non è istituzionalizzata, e per questo potrebbe aiutare moltissimo il processo di inclusione di queste persone, ed essere esemplare per le diverse attività che propone”.

In che modo?

“Oltre al catechismo, in parrocchia ci sono tanti gruppi in cui non si ha l’‘interferenza’ dello specialista, ed è quindi la comunità intera che si attiva all’accoglienza del disabile senza un rapporto di ‘specialità’, perché in parrocchia si entra in contatto con la persona, non con il suo handicap. È un processo d’inclusione paradigmatico. Spesso non ci vuole molto. Bisogna liberarsi dall’idea che una persona disabile abbia bisogno di supporti di altissima specializzazione. Vogliamo diffondere le buone pratiche e far vedere che è possibile far fare un percorso catechetico a tutti, per essere di stimolo a tutti E il volto della parrocchia viene modificato”.

Il Mac ha da poco celebrato i 60 anni di costituzione ecclesiale. Quali sono gli obiettivi futuri?

“L’obiettivo per il futuro è di perseguire nell’idea che non può esistere un’associazione ‘speciale’ per ciechi. Il Mac non lo è. Ci si impegna affinché la persona possa crescere come persona e possa inserirsi all’interno della comunità. La società di oggi, contrariamente al passato, sembra vivere un crollo di attenzione all’aggregazione e all’inclusione, nonostante se ne faccia un gran parlare. Le parrocchie forse non sono ancora troppo consapevoli. Questo dipende dalla cultura generale, individualistica, che ha una ricaduta nella vita ecclesiale. Al contrario, le parrocchie potrebbero fare la differenza, ed essere da esempio per tutti”.

 

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